Appunti in tema
di

ricusazione ed anticipazione del giudizio

"Per una migliore comprensione dell'istituto della ricusazione e della sua concreta portata operativa è necessario partire dall'art. 25 co. I Costituzione,
il quale stabilisce che il giudice deve essere predeterminato per legge; le ipotesi di ricusazione si configurano,
dunque, come norme eccezionali in quanto limitano
 la normale capacità processuale del soggetto titolare dell'ufficio giurisdizionale.

Ne consegue che i casi di ricusazione devono essere tassativi non solo nel senso che non possono essere applicati in via analogica,
ma anche nel senso che la stessa interpretazione deve essere solo letterale (vd. Cass. Sez. II, CC 5 giugno 1992, FALBO, in Cass. Pen. 1993, doc. 1386, p. 2293).

La ricusazione è, dunque, uno strumento eccezionale al quale fare ricorso soprattutto nell'ottica delle attività
che il giudice è chiamato a porre in essere
(ecco perché i motivi di ricusazione devono essere immediatamente fatti valere,
non appena riconosciuti, a pena di inammissibilità).

Con la procedura di ricusazione il legislatore ha inteso e intende, così,
garantire a tutte le parti di un procedimento giudiziario la sostanziale obbiettività e serenità del giudice nell'adempimento della sua funzione giurisdizionale;
in tale contesto la ricusazione tende ad escludere il magistrato dalle sue funzioni di giudice di un determinato processo,
trovandosi egli in una delle situazioni espressamente previste dalla legge.

In altri termini con la ricusazione si garantisce alle parti di un processo la doverosa imparzialità del giudice,
il quale deve formare e maturare il proprio convincimento esclusivamente all'interno delle procedure tipiche,
seguendo l'itinerario probatorio offertogli dalle parti,
rispetto al quale l'anticipazione del giudizio prima della definitiva pronuncia della sentenza ovvero la manifestazione di un parere
fuori dell'esercizio delle funzioni giudiziarie rappresenta sicuramente un vulnus capace di inficiare la necessaria serenità ed oggettività di giudizio che il magistrato,
oltre che avere, deve anche dimostrare di possedere;
serenità ed oggettività che esulano nel caso in cui egli manifesti il proprio parere
o dia consigli sul procedimento al di fuori delle funzioni giudiziarie.

Occorre, però, subito affermare che la manifestazione di un parere fuori dell'esercizio delle funzioni giudiziarie deve concretarsi pur sempre in una attività
che si ricollega in senso tecnico con provvedimento che deve essere celebrato.

Come ha avuto modo di confermare la giurisprudenza (vds. per tutte: Cass. Sez.VI, 27 giugno 1985, ric. NICO in Giust. Pen.1986, III, 282, 263 con note;
Cass. Sez.I, 14 novembre 1988, ric. COTTI COMETTI, in Giust. Pen. 1989, III, 408, 262)
l'ipotesi di ricusazione delineata dall'art. 64 n.2 c.p.p. 1930,
che risulta perfettamente eguale a quella prevista dall'art. 36 co.I lett. c) c.p.p. vigente,
si realizza attraverso il concorso necessario di due elementi:
1) manifestazione, da parte del giudice di un parere sull'oggetto del procedimento affidatogli;
2) condizione che il parere venga manifestato al di fuori dell'esercizio della funzione giurisdizionale;
in entrambi i casi laico con il procedimento che deve essere congiunta considerazione di tali elementi
 deve essere valutata con riferimento alle concrete circostanze di fatto in presenza delle quali sono state rese
 le dichiarazioni che hanno realizzato la manifestazione di pensiero dell'agente.

In altri termini la giurisprudenza ha precisato che la condizione che realizza il motivo della ricusazione si perfeziona
solo nel caso in cui manifestando il proprio parere fuori del procedimento affidatogli,
il magistrato dimostri al di fuori delle proprie funzioni una anticipazione del giudizio sull'oggetto del processo
già sottoposto alla sua attenzione; in tale ottica la stessa giurisprudenza precisa ancora
che, non si può attribuire alcuna rilevanza "all'apprensione o al senso di sfiducia che una delle parti nutra
o assuma di nutrire in ordine alla obiettività del giudicante"
qualora tali apprensioni non trovino riscontro nella realtà concreta mostrata dai fatti."
estratto da "Ordinanza della Corte Militare di Appello di Roma, in data 29.07.1996"

E ancora, in tema di animosità, tra magistrati:

Proc. n. 57/2004 R.G. - Sentenza del 19.11.2004/24.3.2005 n. 120/2004 Reg. dep. - Presidente Buccico - Estensore Stabile.
Doveri del magistrato - Correttezza - Espressioni di dissenso pronunciate dal Pubblico Ministero di udienza dopo la lettura
del dispositivo di una sentenza
- Carattere offensivo delle frasi - Illecito disciplinare - Sussistenza.
Viola gravemente il dovere di correttezza e determina un vulnus al prestigio dell'Ordine Giudiziario la condotta
del Pubblico ministero di udienza che, subito dopo la lettura del dispositivo di una sentenza, non condiviso,
rilasci alla stampa dichiarazioni offensive nei confronti del collegio giudicante ed esprimenti personale animosità.


...e di indebita manifestazione del proprio convincimento:



Corte di cassazione penale Roma
sentenza 41263/05 del 15/11/2005
Costituisce indebita manifestazione del proprio convincimento da parte del giudice,
prevista come causa di ricusazione dall’art. 37, comma 1, lett. b) c.p.p.,
l’anticipazione di valutazioni sul merito della "res iudicanda",
senza nesso funzionale con l’atto da compiere nell’ambito della decisione finale di merito,
anticipandone in tutto od in parte gli esiti.